La radicalizzazione delle idee.
By · CommentsLe menti e le idee, sono il passato, il presente e il futuro. Il cervello è il supporto fisico che fa funzionare la mente. Pura fisiologia! Nella testa passano pensieri infiniti, senza sforzo, la mente pensa, pensa, pensa…
Ora, c’è da chiedersi quale importanza abbiano le idee nella vita! Sono importanti? Ovvio!
Se le idee e i valori sono profondamente radicati, non si riesce a smuovere nulla. Non è una bella cosa! Soprattutto per chi deve farti pensare. Certo, perché noi passiamo la nostra vita a pensare con i pensieri degli altri. I nostri grandiosi pensieri, vengano auto-castrati, auto-censurati in nome di una presunta insicurezza che tale non è! Fidati, non sei un cretino. Tutt’altro! Solo che ti hanno insegnato a mutilarti. Adesso puoi anche smetterla.
Se uno prova a vedere le cose con l’occhio giusto, si accorge che la radicalità delle idee conduce lontano. Chi gestisce le masse ne è cosciente. Infatti ha inventato una parola straordinaria: la concertazione! Ricordatelo: la CONCERTAZIONE. Un mostro! Cosa fai quando concerti? Parli, parli, parli, parli fino allo sfinimento e poi te ne vai dicendo: “ma fate quello che volete.” Vedi, obiettivo raggiunto: lasci perdere, non fai discussioni. Tra i maggiori “utilizzatori finali” della concertazione, troviamo la sinistra, quella che concerta su tutto! Ma poi ci sono anche i sindacati, i politici (già detto!), i manager, le religioni e così via.
La radicalità, invece, ha della peculiarità insite nella stessa parola: le radici!!!!! Più sei radicato e più fanno fatica ad estirparti. La malerba? Il cancro con le radici (metastasi)? Quando hai delle radici forti e possenti, non ci sono alternative: c’è solo la motosega. I comunicatori lo sanno, gli istituti che si occupano delle analisi politiche e della comunicazione LO SANNO!
Adesso devi incominciare a conoscere queste cose anche tu.
I talebani in Afganistan concertano? Manco per il piffero! Infatti gli americani devono andare via! Via! Nessuno può fare nulla se sei radicato. Magari la cura può essere il tritolo, ma non c’è altro.
Adesso io non voglio dire che si debba essere rigidi come una colonna di cemento armato, ma bisogna anche cominciare a vedere la realtà con gli occhi giusti. Se la categoria infermieristica fosse saldamente radicata, probabilmente ora avrebbe un altro peso. Invece noi concertiamo, nelle tavole di concertazione: bla,bla,bla… fino allo sfinimento. Gli outcomes primari e secondari sono pessimi, basta guardare, non è necessario ricoprire posti di prestigio, credimi, ti basta il tuo cervello. Tutto quello che vedi e che non funziona, non è una creazione della tua mente malata: è la realtà! Hai visto proprio bene.
La concertazione conduce all’apatia. L’apatia rende rincoglioniti e in un mondo di rincoglioniti c’è poco spazio per le radici. Le strategie per la gestione delle masse, sono ben conosciute, sono impressionanti, di una portata gigantesca e terribilmente potenti e incisive. Le lobby dello spirito hanno gestito le coscienze con il ricatto, il senso di colpa, la paura, il castigo. Anche loro predicano la concertazione (bontà, umiltà, perdono…), però poi si impongono in ogni modo mediante idee radicatissime. Lo sanno, lo sanno che funzionano. La mentalità catto-infermieristica da dove è arrivata? Chi ha diffuso l’idea del missionario? Come ha fatto a radicarsi così tanto l’idea che la nostra professione dovesse essere una missione e di conseguenza, visto che sei un missionario, mica vorrai mica farti pagare? Sempre la radicalizzazione delle idee nel tempo, ripetere, ripetere, ripetere sempre le stesse cose fino a quando le profezie si avverano. Così se in tutti i media sputtano la categoria infermieristica, sempre e con un’operazione chirurgica su scala mondiale, cosa otterrò? Quello che voglio.
Questa mattina, mentre rileggevo questo articolo per pubblicarlo, ho fatto il solito giro sui siti di mio interesse, su Libre, leggo un articolo di economia (QUI) e poi ci trovo: «Ci sarà sangue nelle strade», annuncia Marshall Auerback, altro economista democratico statunitense, “reclutato” per il summit sulla teoria della moneta moderna promosso a Rimini da Paolo Barnard, secondo cui l’unica cosa che il super-potere teme è «la radicalità di Mariarca Terracciano», l’infermiera napoletana che si lasciò morire perché rimasta senza stipendio.
Chiaro? La radicalizzazione delle idee conduce lontano e spaventa!
PS. Il presidente del collegio di La Spezia ha ricordato Mariarca Terracciano nella sua consueta newsletter. Avevo promesso di farlo presente nel caso in cui qualcuno se ne fosse ricordato!
Massimo Rivolo
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Trattamento delle unghie incarnite
By · Comments
Le unghie incarnite sono un problema comune. La causa scatenante è da ricercare nella penetrazione di un angolo di unghia nei piani della cute, in grado di causare dolore, infiammazione e infezione. Per trattare le unghie incarnite vi sono opzioni terapeutiche di natura chirurgica e non. Allo stato attuale non vi sono indicazioni di prima scelta da suggerire.
Questo aggiornamento della Cochrane, si pone l’obiettivo di valutare gli effetti delle due opzioni terapeutiche (chirurgia/non chirurgia) al fine di migliorare la sintomatologia e prevenire la ricrescita dell’angolo ungueale e la recidiva. Come di consueto i ricercatori hanno analizzato i principiali database alla ricerca di RCTs e di studi di valore. I risultati della ricerca hanno condotto all’individuazione di 24 studi con 2826 partecipanti. Cinque di essi contemplavano l’opzione non chirurgica, mentre gli altri 19 erano incentrati sulla chirurgia.
Conclusioni. Gli interventi di natura chirurgica sono più efficaci di quelli non chirurgici nella prevenzione delle recidive. Negli studi presi in considerazione, l’intervento chirurgico con applicazione di fenoli è più efficace del solo intervento nel prevenire l’insorgenza e la ricrescita delle unghie incarnite. Gli interventi post-operatori non diminuiscono il rischio di infezioni, il dolore e il tempo di guarigione.
Pubblicata 8 aprile 2012
Qui il link per approfondire la tematica e leggere la versione completa dell’abstract.
Massimo Rivolo
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E’ uscito il terzo numero della rivista sul wound care dell’associazione AISLeC.
Potete trovare un articolo sull’alfabetizzazione sanitaria e il wound care. (Rivolo), una revisione sulle medicazioni al miele (Lo Palo, Apostoli) e un lavoro interessante sulla prevenzione dell’ipotermia nel neonato (Magli)
QUI la rivista (in pdf)
Massimo Rivolo
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NurSearch il primo motore di ricerca infermieristico
By · Comments
NurSearch è l’ultimo progetto creato dal network iN, come sempre impegnati nel miglioramento della realtà del World Wide Web infermieristico. L’idea nasce da lontano, nell’ottica di rendere il più possibile affidabile la ricerca nel web, quando ci siamo resi conto che sempre piu spesso alla parola infermiere o infermiera i risultati della ricerca di Google sono associati immagini e siti poco raccomandabili. Continua a leggere su infermierin.it
PS. Ho già iscritto il mio sito!
Massimo Rivolo
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Mariarca Terracciano è il mio sindacato.
By · CommentsSembra incredibile, ma è vero!
Paolo Barnard, giornalista di professione (qui il CV), scrive su Mariarca Terracciano parole che mi hanno commosso e stupito, le avrei volute leggere sul sito dell’IPASVI in home page, ma questo privilegio l’ho ritrovato invece sul sito del MMT (Modern Money Theory). Infatti nella pagina d’apertura ho trovato il Mariarca Terracciano MEMORIAL. Chiaro? Un memorial dedicato alla nostra collega. Io vi faccio un copia/incolla delle toccanti parole che sono state scritte su di Lei. Eccole:

“Mariarca Terracciano è la più grande eroina dell’Italia del dopoguerra. Ed è anche la più dimenticata. Una donna semplice, infermiera di professione presso un ospedale di Napoli, Mariarca morì nel Maggio del 2010 dopo aver inscenato una protesta civica unica nella storia del nostro Paese. Per protestare contro il mancato pagamento del suo stipendio e di quello di altri colleghi della Sanità pubblica alla bancarotta, iniziò uno sciopero della fame e si dissanguò di 150 millilitri di sangue al giorno sdraiata su una barella nel suo ospedale. Quest’ultimo gesto voleva, nelle intenzioni di questa eroina, essere simbolo del dissanguamento dei diritti fondamentali al lavoro e al reddito che oggi affligge milioni di lavoratori, voluto da poteri più grandi di lei e di tutti noi, quelli descritti ne Il Più Grande Crimine. Tragicamente, nel corso di quella protesta sfiancante, Mariarca ebbe un malore e morì. Nessuno fra i sindacati italiani, oggi ridotti a vergogne inguardabili del tutto sbracati ai piedi del potere, ha colto l’immenso contenuto del sacrificio di questa donna. Il suo gesto sta al pari della grandezza morale di figure come Martin Luther King o Steve Biko. E la memoria di esso non va perduta. E’ per questo che il Summit Italiano sulla Modern Money Theory (MMT), l’unica economia in grado di tutelare senza limiti i diritti e la dignità di chi lavora a scapito del potere criminale delle elite, è intitolato a lei. Se l’Italia avesse avuto la MMT come politica economica e sociale nazionale, Mariarca Terracciano non avrebbe mai sentito il bisogno di sacrificarsi per i diritti di tutti noi.
Mariarca Terracciano è il mio sindacato e lo sarà per sempre.
Paolo Barnard
La stessa attenzione la trovate da parte del giornalista nella home page del suo sito.
Lui sostiene che la sua memoria non debba essere persa, bene, io non l’ho fatto, tanto che l’anno scorso le ho dedicato un post (QUI). Ma non basta, bisogna fare di più. Al posto di perdere le bave dietro alla Nightingale, ricordiamoci che colei che ha portato un po’ di luce tra le coscienze degli infermieri è italiana ed ha un nome: Mariarca. Non ha avrà avuto la lampada, ma merita la medaglia d’oro! Se ne deve parlare di più: all’università, si devono fare delle giornate per ricordare il suo nome, ci vogliono delle borse di studio con il suo nome, premi che riportino il suo nome. Il suo nome e il suo esempio ovunque: magliette, gadget, braccialetti, francobolli, borsette, valigie, biro, spille, loghi…
E’ sconvolgente vedere che un giornalista incorona un’infermiera, definendola un’eroina, mentre chi dovrebbe avere la consapevolezza del suo valore e tramandarne la memoria all’intera categoria, manco pronuncia una parola.
Se conoscete il marito di Mariarca, fategli sapere che il MMT le ha dedicato un MEMORIAL nella manifestazione svoltasi dal 24 al 26 di febbraio del 2012. Se vi capita di vedere qualche nostro dirigente un po’ altolocato, diteglielo. Se per caso su qualche portale o in qualche newsletter è stata riportata la notizia di questo memorial, scrivetemi ed io darò spazio a tutti i nostri “dirigenti diligenti” che tengono alto l’esempio di questa incredibile donna!
Nel caso qualcuno in ambito infermieristico volesse dedicare un memorial all’eroina fatemelo sapere, darò risalto alla notizia. Sindacati infermieristici fatevi sotto!
Ciao Mariarca, io non ti ho dimenticata!
Vedere in quel viso la disperazione di una madre che ha lasciato dei figli lottando per i suoi diritti, mi fa sentire tremendamente in colpa! Schifosamente in colpa! Questo post non mi mette a posto la coscienza, ma mi fa stare meglio!
PS. Passaparola!
Massimo Rivolo
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Società italiana cure palliative. SICP
By · CommentsRingrazio la società italiana di cure palliative per aver citato sul loro portale, alla voce Ricerca Scientifica - la linea guida RNAO sulle cure di fine vita.
QUI il link alla Best Practice Guideline Tradotta in italiano.

Massimo Rivolo
PS. Sto traducendo la LG della RNAO “Strategies to Support Self-Management in Chronic Conditions: Collaboration with Clients”. Illuminante!
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Le ustioni rappresentano un evento molto stressante per il paziente e per l’intera famiglia. Le linee guida neozelandesi (disponibili in italiano, scrivere a info@i-nurse.it) descrivono questo fenomeno dedicando un capitolo all’argomento. Il disturbo post traumatico da stress (PTSD), è una sindrome che colpisce il soggetto ustionato e in alcuni casi i genitori dei bambini. Tale manifestazione è rinvenibile in vari contesti, forse l’ambito in cui è maggiormente documentata è sui veterani, tanto che le guerre in Afganistan e in Iraq hanno prodotto molti meno morti rispetto ai suicidi dei soldati sopravvissuti, circa uno ogni 80 minuti.
Quindi ci troviamo di fronte ad un problema molto serio, che ha ricadute importanti sulla qualità della vita. Il JAN, ha pubblicato uno studio focalizzato sui sintomi psicologici che colpiscono i familiari dei soggetti ustionati a un anno dall’incidente.
L’obiettivo di questa indagine è stato quello di svolgere un esame sugli elementi predittivi dei sintomi psicologici rinvenibili nei membri della famiglia dei pazienti con ustioni. I membri della famiglia sono un’importante fonte di supporto sociale nei pazienti sottoposti a riabilitazione prolungata. Si hanno pochissime conoscenze sui sintomi psicologici dei membri della famiglia di pazienti con ustioni, soprattutto nel lungo termine. Il disegno preso in considerazione è stato di tipo prospettico e longitudinale. Un numero piuttosto esiguo di soggetti (44) si è sottoposto alla compilazione di un questionario a 3, 6 e 12 mesi dopo l’ustione. I sintomi psicologici sono stati valutati con la Hospital Anxiety and Depression Scale, mentre i predittori dell’ansietà e della depressione vennero esplorati con l’analisi di regressione.
I risultati hanno dimostrato un range generale di sintomi che variava da livelli di normalità fino al grado medio di problemi. Sintomi più importanti (moderati/gravi) si verificarono durante la cura e a dodici mesi, rispettivamente nella misura di 15/44 e 5/39 per l’ansietà e 5/44 e 0/39 per la depressione. Nei modelli di regressione finale, il predittore primario era il sintomo psicologico, mentre quelli secondari erano legati a precedenti eventi della vita, all’età, alle strategie di coping…
Si può concludere sostenendo che i famigliari dei pazienti con ustioni, dimostrano livelli di sintomi psicologici che variano tra il normale/medio, che tendono a diminuire durante il tempo. Un terzo dei soggetti ha dimostrato sintomi d’ansietà che variavano da livelli medio/gravi durante la cura, beneficiando del counseling. La previsione dei sintomi iniziali è in grado di predire i sintomi successivi, quindi l’impiego di uno strumento validato di screening risulta efficace. Questi risultati forniscono una guida agli infermieri nella valutazione e nella pianificazione di adeguati interventi ai membri della famiglia.
Massimo Rivolo
Il link che compare sulla parola ISCRIVITI si inserisce da solo e non riesco a toglierlo!!!!
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Articolo rinvenibile in formato pdf (QUI), oppure nella pagina ”Se lo conosci lo eviti” (QUI). Tempo di lettura 4 minuti.
Vi segnalo inoltre la possibilità di accedere gratuitamente all’exposanità 2012 di Bologna, grazie ad una promozione lanciata da infermieriattivi.it - QUI il link per la compilazione del form.
Questo contributo è stato inviato nei giorni scorsi ai colleghi e amici di www.infermierin.it
L’articolo ha una valenza anche nella questione dell’errore: l’Infermiere che si allontana dalla degenza per svolgere una attività impropria -come il trasporto di una salma, competenza chiaramente attribuita all’operatore di supporto ed esplicitamente citata nel testo della Conferenza Stato Regioni che ne disegna le mansioni- inevitabilmente ha una possibilità molto inferiore, perfino nulla, di rilevare bisogni, parametri, condizioni critiche, urgenti dell’assistito.
Per questo motivo l’Autore propone lo stesso contributo agli amici della rubrica di www.i-nurse.it dedicata allo studio dell’insorgenza dell’errore al fine, ancora una volta, di ”tesaurizzare” le esperienze altrui…. per inciso, nel testo si parla di Infermieri canadesi: come noto, Massimo Rivolo (il padrone di casa…di questo spazio web) traduce le linee guida prodotte in quel Paese dalla RNAO: leggetele e fatele ”vostre”, sono importanti!
E grazie per l’attenzione, Francesco Falli - ipasvisp@cdh.it
Noi Infermieri affermiamo con frequenza di essere sottoposti al fenomeno del demansionamento.
Cominciamo dalla definizione del termine:
“Il demansionamento è l’assegnazione di un lavoratore a mansioni inferiori rispetto a quelle di assunzione o rispetto a quelle considerate in base alla classificazione professionale.’’ (è una delle più frequenti fra quelle rintracciabili sull’argomento: la parola è purtroppo poco descritta dai dizionari di lingua, e se ne ha traccia in particolare nei testi tecnico-giuridici.)
Non è intenzione dell’autore del contributo affrontare l’aspetto legale della questione, ma due citazioni sono indispensabili:
1) Nell’ordinamento giuridico italiano il divieto di demansionamento è stabilito dal Legislatore all’art. 2103 del codice civile.
2) Il demansionamento perpetrato ai danni del lavoratore è un inadempimento del contratto di lavoro che legittima il lavoratore medesimo a richiedere il risarcimento del danno conseguentemente sofferto (sulla qualificazione del demansionamento come inadempimento contrattuale si veda, tra le recenti, Cass. Civ. Sez. Lav. n. 21673/2005).
Curiosamente, ci sentiamo demansionati soprattutto “dopo” una Legge della Repubblica (la n° 42 del 1999) che aveva -tra i suoi dettati- disposto la abrogazione del ‘’mansionario’’ (il DPR 225 dell’anno 1974).
Una legge che negli Anni Novanta è stata molto sollecitata dai Collegi, dalle Associazioni, dagli Infermieri più attenti al loro specifico.
Dunque un osservatore esterno potrebbe fraintendere sul concetto: perché sentirsi demansionati proprio dopo aver chiesto di eliminare il mansionario?
Facciamo chiarezza: il vecchio ed inosservato mansionario (un elenco di attività ‘’previste e consentite’’) era completamente anacronistico e contrastante con i più recenti riferimenti normativi professionali (uno per tutti, il regolamento – profilo professionale dell’Infermiere, indicato dal DM n° 739 del 1994).
Oggi ci si può sentire demansionati proprio perché, osservate le leggi che indicano ruolo e responsabilità professionali dell’Infermiere, si ha l’impressione di avere ancora attivo ….l’abrogato mansionario.
Ma chi sono i demansionati, dunque?
Sono quei professionisti sanitari (stiamo sempre parlando di Infermieri !) chiamati di volta in volta a svolgere attività non indicate dal profilo e dalle norme, attività talora addirittura contrastanti con le normative stesse.
Ed i demansionatori?
Coloro che spingono i soggetti demansionati all’attività non prevista, così come riporta la definizione ufficiale del fenomeno.
Nel caso degli Infermieri, possono spingere al demansionamento circostanze pianificate da una organizzazione che non tiene conto delle competenze dei singoli, al punto che possono crearsi condizioni che vedono lo stesso Infermiere accettare il demansionamento come fatto ‘’normale’’…oppure, può assumere il ruolo di demansionatore ‘’estemporaneo’’, chi chiede all’Infermiere di far qualcosa che non è caratteristico della professione: come portare una richiesta in TAC, piuttosto che di sistemare le flebo appena arrivate dal magazzino, o di recuperare il carrello del vitto data l’assenza della ‘’squadra’’ addetta.
Forse è il caso di entrare nel dettaglio.
Una premessa importante è che nella stesura di un contributo come questo è difficile assumere un ruolo asettico e neutrale, se chi scrive è un Infermiere (abbastanza informato) col pallino del riconoscimento della complessità professionale del ruolo.
Non si può essere ‘’neutrali’’ al 100% se si ha un interesse e una volontà di analisi attiva, tesa a offrire soluzioni e ipotesi senza polemizzare, ma per raggiungere risultati e traguardi forse ancora lontani.
Però si può esprimere la propria opinione corroborata da decenni di esperienza nel settore.
Chi scrive ha lavorato e vissuto due anni in un PVS: acronimo che indica un Paese in Via di Sviluppo, in Africa, con colleghi di altre realtà, non solo nazionali.
Il ricordo, forte, è quello dei colleghi canadesi che dichiaravano come, nelle loro stanze ospedaliere in Patria, essi dovevano (in un tempo non così remoto) alzarsi in piedi all’ingresso del medico, pena sanzioni economiche e disciplinari.
Ottenute dal Parlamento normative paragonabili in tutto e per tutto a quelle italiane già citate, i colleghi Infermieri canadesi fecero la cosa normale: si comportarono da professionisti perché queste norme venissero rispettate, applicate, condivise: da tutti.
Oggi gli Infermieri canadesi sono al centro del loro sistema sanitario e la autonomia è riconosciuta per quello che la loro professionalità consente: qualità e sicurezza delle cure.
Non sono alternativi ai medici perché chiaramente non è questo il concetto di autonomia, ma decisivi tanto quanto il professionista responsabile della diagnosi e della impostazione del trattamento terapeutico (che resta – anche in Canada – il dottore in medicina), e come tali rispettati: in concreto, a nessuno viene in mente di spedirli a portare una provetta di sangue in laboratorio, o a cercare la cartella clinica per l’anestesista.
In Italia questo ‘’demansionare’’ avviene regolarmente, forse non dappertutto ma, secondo le testimonianze raccolte in diretta durante eventi ECM, o ricevute via mail, il fenomeno è diffuso.
In certe realtà l’organizzazione stabilisce perfino per iscritto (violando la componente della eccezione, che in certi casi può rendere lecito il fenomeno del demansionamento, purchè eccezionale – appunto – la circostanza che lo provoca) che l’Infermiere ‘’deve’’ occuparsi di attività NON previste che – oltretutto – lo allontanano pericolosamente dalla sua reale responsabilità, quella sancita dalle norme, e che riguarda l’assistito, il malato.
Una cosa che finisce per ricadere negativamente sull’intero mandato dell’organizzazione sanitaria di quel luogo, che non è quello del ‘’dirigere’’, ma del ‘’prendersi cura’’.
E’ il caso di quelle realtà dove, avvenuto un decesso, l’Infermiere carica il corpo e lo porta in camera mortuaria, spesso con assenze lunghe dal reparto: chi mantiene la responsabilità dell’assistenza in queste nefaste circostanze, in particolare se il professionista sanitario e’ il solo in servizio con questa qualifica?
Nel caso citato, il demansionamento è stato perfino protocollato dall’organizzazione e chi ha voluto far emergere il fatto in modo ufficiale ha ottenuto attenzione e – a breve – il cambiamento della procedura errata.
I demansionatori ricevono un forte, paradossale sostegno dai demansionati stessi quando questi non sono uniti, e non conoscono bene le normative, quando non si curano di affrontare il problema ma si limitano a soffrirlo; quando ritengono che ‘’gli ordini vadano sempre eseguiti’’, lontani anni luce dal modello morale, etico, professionale di colleghi come quelli canadesi che sanno bene cosa e come devono/possono fare e non.
Un pensiero anche pericoloso in termini di sicurezza, che potrebbe spingere a commettere anche azioni potenzialmente dannose.
Un altro esempio tratto dal mondo reale: in un evento ECM la collega A. si alza e descrive la sua realtà di lavoro: ci racconta che mentre gli OSS rilevano i parametri vitali dei degenti (PA, FC, temperatura), lei dovrebbe portare gli esami ematici al laboratorio analisi.
Chi ha costruito la organizzazione chiaramente demansionante? La coordinatrice.
Ma attenzione: tra le Infermiere del reparto la collega è la sola che si oppone, facendo valere la propria conoscenza della norma e inviando essa stessa le OSS al laboratorio.
Le OSS protestano con la coordinatrice che, messa di fronte alla normativa, deve rassegnarsi a lasciare che l’Infermiera ‘’diversa’’ rilevi essa stessa i parametri, ed ‘’attribuisca’’ alle OSS l’attività di consegna dei campioni ematici.
Le colleghe in servizio sugli altri turni continuano a portare le provette in laboratorio (mentre le OSS rilevano i parametri!!), ‘’per non farsi nemica la coordinatrice’’.
Di chi è la responsabilità più elevata, in questo caso, nel sostegno del fenomeno del nostro articoletto?
Probabilmente un coordinamento più serio eviterebbe il problema, ma anche la famosa unione del gruppo professionale, se presente, lo svuoterebbe dei suoi aspetti errati.
Non si vuole, assolutamente, salire in cattedra né dire che il fenomeno è provocato dai colleghi stessi perché questo non è il senso di queste righe.
Dobbiamo però ricordare una frase di Albert Einstein : “non si può risolvere un problema usando lo stesso modo di pensare che lo ha provocato”.
Dunque il solo modo per superare questo problema è fare qualcosa di nuovo.
La lamentela fine a se stessa o condivisa nella cucinetta del reparto non produce che un temporaneo (e improduttivo) sfogo.
Si devono invece acquistare informazioni sul nostro specifico professionale, cercando aiuto se non siamo in grado di individuare bene le nostre coordinate.
Gli Ordini professionali (l’IPASVI per gli Infermieri) e le organizzazioni sindacali (ognuna per le proprie competenze ) devono ascoltare e fornire aiuto e appoggio.
Per iniziare, vanno documentati gli aspetti più critici dell’attività demansionata, e soprattutto le possibili ricadute sulla quantità e sulla qualità dell’assistenza che, per norma, è responsabilità dell’Infermiere.
Dobbiamo anche tentare di fare corpo professionale, di essere uniti, di non accettare il frequente e facile percorso di divisione promosso (capita anche questo, e da alcuni millenni) da ‘’soggetti esterni’’.
Concludendo, il demansionamento si crea sicuramente grazie a chi assegna compiti in modo inappropriato o perfino pericoloso (per l’assistito), ma vive e prospera nella (spesso diffusa) scarsa conoscenza del proprio profilo professionale e delle normative e, insieme, nell’accettazione di situazioni non conformi per ‘’quieto vivere’’.
Chi vuole proporre un cambiamento sappia che non è privo di mezzi e strumenti.
Chi si lamenta e non vuole esporsi deve sapere che nessuno verrà a consegnargli ‘’chiavi in mano’’ la nuova, soddisfacente e perfetta organizzazione che sistema ogni asperità quotidiana: in particolare se chi si sta attendendo coincide, combacia proprio con chi riveste il ruolo del demansionatore, sporadico od abituale.
Se lo si desidera veramente, ognuno può essere insieme motore, causa ed effetto del cambiamento: servono un pizzico di curiosità, attenzione, cultura e voglia di metterci la faccia, se necessario, coinvolgendo di volta in volta i colleghi e le istituzioni che non devono respingere il contatto richiesto, mai.
Francesco Falli.
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E’ uscita recentemente (18 aprile 2012) una revisione Cochrane sull’uso del latte fermentato per il trattamento dell’ipertensione arteriosa. Il razionale per il suo impiego, risiede nella presenza di proteine e peptidi prodotti nella fermentazione del latte. L’ipertensione è la principale causa di patologie cardiache in tutto il mondo, quindi, qualsiasi tipo di intervento sullo stile di vita deve essere preso in considerazione. Il latte fermentato rientra proprio in questo ambito.
Lo studio della Cochrane ha come finalità l’individuazione di effetti positivi del latte fermentato rispetto al placebo. Come sempre sono stati considerati gli RCTs e sono stati consultati i vari registri (Cochrane Central R. of Controlled Trials (CENTRAL), MEDLINE …
I criteri prevedevano lo studio di eventuali effetti sull’ipertensione a 4 settimane dall’introduzione del latte fermentato nella dieta.
I risultati hanno dimostrato un lieve miglioramento dei valori della pressione sistolica (SBP), mentre quella diastolica è rimasta invariata.
Conclusioni. Gli autori sostengono che il latte fermentato non abbia alcun effetto sull’ipertensione e quindi non può essere consigliato come antipertensivo e nemmeno come prodotto da aggiungere alla dieta per uno stile di vita sano.
Qui il link della revisione Cochrane.
Massimo Rivolo
Il prossimo articolo è dedicato agli errori.
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Oggi è una bella giornata!
By · CommentsOggi è veramente una bella giornata. Lunedì, si inizia a lavorare, cioè si riprende in mano quella che è la quotidianità: palate di fango da sopra da sotto e dai lati. Io sono stufo e sinceramente non ci sto più! Infatti mi sono proprio rotto.
Sabato leggo sulla stampa: Chiuso ospedale oncologico gestito da studenti e infermieri. Ho voluto leggere l’articolo perché il titolo dice tutto, infatti se l’ospedale non funziona è perché è gestito dagli studenti e dagli infermieri. “…Con Russo c’è il direttore generale, Lucia Borsellino, figlia del magistrato ucciso da Cosa nostra, a elencare le inefficienze del reparto, scoperte assieme agli ispettori del Ministero…”. Ma non ho capito: “sei il direttore generale del policlinico ed elenchi le inefficienze?” Ma è così? Come l’assassino che ritorna sul luogo del delitto con gli inquirenti per spiegare le modalità con cui è avvenuto l’omicidio?
«…La preparazione dei farmaci è affidata a rotazione al personale infermieristico, talvolta precario. Non viene effettuata una formazione specifica dal 2004». Ma gli infermieri sono tenuti a preparare i farmaci, almeno così è scritto nel profilo (QUI)! Se il personale è precario e non c’è formazione è colpa dei vertici o degli infermieri? Recentemente ho pubblicato un post in cui si parlava del team infermieristico e di come sia necessario avere almeno il 65% del personale infermieristico nel reparto, mentre la RNAO, consiglia di avere almeno il 70% del personale fisso e non interinale.
Insomma, anche quando si manifesta palesemente l’incapacità di governance da parte degli amministratori, sui quotidiani dobbiamo passare per stregoni, pressapochisti e ignoranti. Altrimenti non ti spieghi un titolo del genere. Sarebbe stato più indicato: “Chiuso l’ospedale oncologico gestito da amministratori incompetenti” Ma non si può! Quella è politica, se dici qualcosa contro, sei l’antipolitica. Viva Orwell!
Poi c’è l’infermiere che picchia la malata di Alzheimer, con tanto di video. Questo credo sia avvenuto in UK. QUI il link
Mi viene da vomitare!
In due giorni, valanghe di fango, per essere educati. Eppure all’ultimo congresso IPASVI di Bologna si era detto che anche i media spesso avevano un comportamento poco corretto, che si tendeva di più a fare disinformazione che informazione. QUI
Io mi auguro che i “nuovi” vertici IPASVI, premiati con rinnovata fiducia dalla maggior parte dei collegi, si mobilitino un po’ per far chiarezza, che facciano sentire la loro voce. Mentre aspetto con ansia e con una bottiglia di Champagne, il momento in cui ai giornali toglieranno i contributi pubblici, tanto non fanno informazione, non servono a nulla, sono spesso al servizio dei partiti e di altre lobby e in più mi rovinano la vita.
Il 30 aprile ci sarà una nuova protesta da parte degli infermieri, la base tira da una parte. Il vertice?
L’opera di delegittimazione nei nostri confronti continua inesorabilmente, come le tarme che distruggono ogni cosa che incontrano sul loro cammino! Ma a chi interessa un mondo così? A me fa schifo.
Come sempre, il povero lavoratore, che tiene su un ospedale mentre tutto va a rotoli, che ha la foto dei figli nel portafogli, che vede la moglie o il marito per il passaggio bebè, a tutte queste persone, voglio mandare i miei più profondi e rispettosi saluti. Voi siete la foresta che cresce, voi edificate tutti i santi giorni il divino che è nel prossimo, mentre i giornali e la televisioni riportano solo il tonfo di qualche albero che cade e fa rumore.
Dimenticavo, se nel futuro la tendenza sarà quella di affidare agli infermieri la gestione degli ospedali, come peraltro avviene già in altri paesi (Canada), preparatevi, questo è solo l’aperitivo! Io nel frattempo spero di aver cambiato lavoro.
Saluti a tutti. Oggi è una bella giornata!
Massimo Rivolo
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